I primi interventi dopo il disastro di Chernobyl

La scala del disastro è stata esacerbata sia dell’impreparazione ed incompetenza degli amministratori locali, sia dalla carenza di attrezzature adeguate. I dosimetri presenti funzionanti erano limitati a 1mRoentgen/s: il personale sapeva solo che la radiazione era superiore a 4Roentgen all’ora, mentre in realtà si arrivava a 20.000Roentgen all’ora.
Il caposquadra Alexander Akimov ritenne intatto il reattore e rimase con il personale nell’impianto senza protezione dalle radiazioni a pompare acqua nel reattore fino alla mattina; morrà con la maggioranza della squadra entro 3 settimane.
Nonostante le segnalazioni di alti tassi di radioattività da parte del responsabile della sicurezze Vorobiev, e l’indicazione di Anatoly Andreyevich Sitnikov, vice capo ingegnere delle operazioni dei reattori 1 e 2 inviato ad esaminare il reattore 4, che il reattore era distrutto, il direttore della centrale Viktor Bryukhanov ed il capo ingegnere Nikolai Formin continuarono a rifiutare l’evidenza deldisastro nucleare e continuarono ad inviare a Mosca false informazioni.

Un primo gruppo di 14 pompieri iniziò a spegnere gli incendi all’1:28, ed altre squadre continuarono ad arrivare fino alle 4 del mattino, senza sapere delle radiazioni. Alle 5 gli incendi sui tetti e nell’impianto erano spenti, ma i pompieri accumularono alte dosi di radiazione, pagando un alto tasso di decessi. Molte morti e sofferenze avrebbero potuto venir evitate se non ci fosse stata tanta impreparazione e l’irresponsabile rifiuto di fornire al personale le necessarie protezioni.
Intanto si rafforzava l’incendio della grafite, contro il quale mancavano sia esperienza che materiali di spegnimento, che continuerà per altri 10 giorni, inviando nell’atmosfera grandi quantità di detriti radioattivi.

Il primo messaggio di Bryukhanov a Mosca alle 3 del 26 aprile assicurava che la situazione era sotto controllo; alle 6 il ministro per l’energia Anatoli Mayorets telefonò al premier Nikolai I. Ryzhkov, che a sua volta chiamò il segretario generale Gorbaciov fornendogli un primo rapporto che minimizzava l’evento e riportava le informazioni errate di Bryukhnov; Gorbaciov indisse una riunione “d’urgenza” del Politburo per il 28 aprile.

Intanto i militari presero l’iniziativa e fin dall’inizio giocarono un ruolo importante, prima che i politici iniziassero ad impegnarsi. Il capo di stato maggiore, maresciallo Sergei F. Akhromeyev, venne informato alle 2:20 della presenza di radiazioni e, recatosi al centro di comando, ordinò al capo della difesa civile di attivare d’urgenza il reggimento di difesa civile nei pressi di Chernobyl, e inviò sul luogo dell’incidente l’unità speciale mobile per combattere incidenti agli impianti nucleari dislocata presso Kuibyshev, con tutta la strumentazione di misura delle radiazioni e gli altri apparati. Avendo ricevuto conferma, attraverso canali militari, dell’emissione di radiazioni, alle 10 del mattino telefonò a Gorbaciov informandolo che la situazione era molto più grave di quanto fino allora indicato e riferendogli su quanto stava facendo.

Intanto era stata formata un’unità operativa di esperti, che giunse a Kiev la mattina alle 9, guidata da Valery Legasov, direttore dell’Istituto Kurchatov ove era stato progettato il reattore. Appena giunti a Chernobyl si resero conto che il reattore era distrutto e della gravità dell’emissione radioattiva, smentendo la posizione sostenuta fino allora dal direttore Bryukhanov.

A Mosca il premier Ryzhkov creò una commissione governativa di alto livello sotto la direzione di Boris Y. Sherbina, vice presidente del Consiglio dei Ministri dell’URSS, con Yevgeny Velikhov, vice presidentedell’Accademia delle Scienze, come scienziato-capo. La commissione arrivò a Chernobyl verso le 9 di sera del 26, e scienziati e tecnici dovettero combattere per far accettare dai politici e burocrati la realtà della situazione e la necessità di misure urgenti per la protezione della popolazione. Nella notte, 24 ore dopo l’esplosione, Sherbina si convinse della distruzione del reattore e della contaminazione radioattiva ed ordinò l’evacuazione di Pripyat, la cittadina a 3km dall’impianto che ospitava le famiglie del personale; per ridurre i bagagli, alla popolazione si disse che l’evacuazione sarebbe durata 3 giorni.

Dal 27 aprile si iniziò a lanciare sulla grafite in fiamme grandi quantità di materiali differenti, ciascuno designato a combattere aspetti diversi dell’incendio e dell’emissione di radionuclidi: composti di boro che assorbono neutroni per prevenire il ristabilirsi di una reazione a catena, dolomia per controllare il fuoco, piombo per bloccare le radiazioni, sabbia e argilla per impedire la dispersione di particolato.

Durante la prima settimana vennero lanciate 5000 tonnellate di materiali nel cratere formato dall’esplosione nel corso di 1800 operazioni di elicotteri in volo.
Il 29 aprile si riunì di nuovo il Politburo per esaminare il rapporto della commissione, che finalmente dava una descrizione completa e reale del disastro; si autorizzò la commissione ad intensificare le operazioni di bonifica e ad indagare sulle cause del disastro.

Lo stesso giorno l’ambasciatore americano presentò l’offerta del presidente Reagan a Gorbaciov di assistenza medica e tecnica; l’offerta venne declinata, forse per motivi di orgoglio nazionale, anche se la situazione avrebbe richiesto il massimo aiuto. I materiali del nocciolo anche dopo lo spegnimento delle reazioni a catena continuarono a produrre energia per l’altissima radioattività e si fusero in una specie di lava che si raccolse sotto la grafite mantenendo un’altissima temperatura anche a causa dell’isolamento termico creato dal materiale gettato dagli  elicotteri; questa massa altamente radioattiva 8 giorni dopo l’incidente fuse il pavimento dello schermo biologico e si aprì la via fino al fondo dell’edificio, aumentando l’emissione di radionuclidi.

Il 2 maggio la commissione governativa decise di evacuare tutti i residenti in un raggio di 30km attorno all’impianto: 90.000 persone da 170 fra cittadine e villaggi.
Il 9 maggio l’incendio della grafite era spento e si iniziò la costruzione di una base di cemento armato con un sistema di raffreddamento sotto il reattore, sia per ridurre la temperatura del materiale fuso che per impedire al reattore di penetrare nel terreno e contaminare la falda acquifera. II lavoro venne completato in 15 giorni da 4000 operai. Infine si provvide a sigillare il reattore ed i materiali finiti nel cratere con una grande struttura in cemento, il “sarcofago”, completato nel dicembre 1986.
Dal giugno si era proceduto ad una misura accurata della distribuzione della radiazione in una zona più vasta, portando ad ulteriori evacuazioni.Circa 350.000 “liquidatori” militari e civili, provenienti da tutta l’Unione Sovietica, hanno lavorato a Chernobyl nel periodo 1986-87 a bonificare la zona bandita di 30km di raggio; altri 250.000 continuarono il lavoro negli anni successivi; centinaia di enormi “cimiteri” di elicotteri e macchinari vari contaminati rimangono nelle vicinanze dell’impianto, definitivamente abbandonato nel 2000.
Dei 240.000 liquidatori impegnati nella fase più critica circa 20.000 hanno ricevuto dosi di 250mSv, ed alcuni più esposti hanno subito dosi fino a 500mSv, mentre per gli altri la dose media è stata di 165 mSv.

 

 

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