Lesia Ukrainka
Larysa Petrivna Kosac nasce nel 1871 a Novohrad Volyns’kyj, in quella parte dell’Ucraina soggetta all’impero zarista. Cresce in un ambiente familiare fecondo, permeato dall’amore per l’arte e dall’impegno sociale. Scrive all’età di nove anni la sua prima poesia : “Nadija” (La speranza), dedicata alla zia Olena esiliata in Siberia. Nel gennaio 1881 Larysa si ammala gravemente di tubercolosi ossea: ha inizio la sua “guerra trentennale” contro la malattia, che l’ha colpita agli arti. In seguito ad un’operazione alla mano sinistra, è costretta ad abbandonare l’amato pianoforte e il sogno di diventare compositrice.
Il suo esordio letterario risale al 1884: Larysa pubblica alcuni versi sulla rivista “Zorja” (Stella) di Leopoli, firmandosi con lo pseudonimo “Lesja Ukrainka” (letteralmente “Lesja l’ucraina). A causa della cagionevole salute, la giovane poetessa non può compiere studi regolari, e ha una formazione da autodidatta. Impara le lingue classiche (latino e greco) e le principali lingue europee.
Nel 1889 viene fondato a Kyiv il circolo “Pleiade dei giovani letterati ucraini”, che si occupa di lettura, dibattito e traduzione delle letterature europee. E’ una delle prime manifestazioni della nascente coscienza letteraria ucraina. Lesja vi partecipa attivamente. Nel 1893 a Leopoli esce la sua prima raccolta poetica: Na krylach pisen’ (Sulle ali delle canzoni). Seguono Dumy i Mrii (Pensieri e sogni) (1889) e Vidhudky (Risuoni) (1902). Tutti e tre i volumi sono pubblicati al di fuori della Russia zarista. Nel XIX secolo, infatti, l’Ucraina occidentale (Galizia e Bucovina) fa parte dell’impero austro-ungarico.
Il 26 novembre 1898 a Kyiv si festeggia un suntuoso giubileo: viene ricordata la pubblicazione, avvenuta cent’anni prima, del poema Eneide di Ivan Kotljarevs’kyj (1769-1838), il corifeo della letteratura ucraina moderna. In questa occasione Lesja legge alcuni versi davanti ad un pubblico entusiasta: è il riconoscimento delle sue doti di poetessa.
Agli inizi del 1899 Lesja si reca a Berlino per sottoporsi a un’operazione a una gamba, ma la convalescenza nella capitale tedesca non le impedisce di leggere e studiare. Pochi mesi dopo, alla fine dell’anno, interviene a una serata in onore di Taras Shevchenko presso l’Università di Tartu (Estonia), dove viene calorosamente acclamata da docenti e studenti.
Tra il 1902 e il 1903 la poetessa si reca a San Remo per sottoporsi a nuove cure. In seguito si trasferisce in Svizzera, dove entra in contatto con i circoli socialdemocratici russi dell’emigrazione.
Nei due anni successivi Lesja soggiorna nel Caucaso con Klyment Kvitka, suo amico di gioventù, che lavora a Tiflis (oggi Tbilisi). I due sono testimoni dei moti rivoluzionari scoppiati nelle strade della capitale georgiana. In questo periodo la Ukrainka si dedica alla drammaturgia: compone i drammi Na ruinach (Sui ruderi) e U katakombach (Nelle catacombe).
Nel 1905 Lesja partecipa alle manifestazioni operaie sulla Prospettiva Nevskij a San Pietroburgo. Nei due anni seguenti svolge un’intensa attività sociale a Kyiv: allestisce alcune biblioteche, fonda una casa editrice e il circolo “Prosvita” (Istruzione). Nel gennaio 1907 i gendarmi irrompono nel suo appartamento: la poetessa trascorre una notte in carcere.
Negli ultimi anni di vita Lesja si sposta dal Caucaso al Mediterraneo e si dedica al teatro. Nel 1911, di ritorno dall’Egitto, si ferma a Kutaisi (Georgia), dove scrive la féerie Lisova pisnja (il canto dei boschi). Nel 1912, sempre in Georgia, scrive il dramma Kaminnyj hospodar (Il padrone di pietra): la prima versione ucraina del Don Giovanni. Tra l’autunno del 1912 e l’inverno del 1913 si reca nuovamente in Egitto. E’ testimone delle vicende delle guerre balcaniche del Mediterraneo.
Nell’aprile del 1913 torna a Kyiv, e da lì ancora in Georgia, dove scrive Orhija (Orgia), il suo ultimo dramma. Tra i mesi di maggio e giugno il suo stato di salute si aggrava. Si spegne il 1° agosto a Surami, località montana della Georgia, poco più che quarantenne. Lesja Ukrainka è un esempio assolutamente paradossale: è di origini nobili, ma l’impegno sociale l’avvicina al mondo rivoluzionario; non frequenta scuole regolari, ma è una delle persone più colte del suo tempo; è colpita dalla malattia, ma si dedica instancabilmente al lavoro e alla lotta intransigente.
Dopo l’esordio poetico risalente all’infanzia, Lesja si occuperà indefessamente di letteratura per 33 anni. Autrice complessa e originale, la sua opera copre un ampio ventaglio di generi e temi. Spazia dalla poesia (liriche, poemi, favole, satire) alla prosa (schizzi, racconti, novelle) dal teatro alla pubblicistica. Si dedica inoltre alla traduzione (Omero, Dante, Shakespeare, Byron, Goethe, Heine, Schiller, Hugo). E’ inoltre una raffinata critica letteraria: risale al 1899 il suo saggio “Due tendenze della nuova letteratura italiana” quale mette a confronto Ada Negri e Gabriele d’Annunzio.
La lirica di Lesja Ukrainka è l’espressione delle profonde e potenti emozioni di una persona sensibile e appassionata. Ricca nel contenuto e nella forma, la sua opera testimonia come la forza della parola ispirata possa essere un potente mezzo di educazione per i lettori. La poesia di Lesja è ricca tanto di emozioni intime, personali, quanto delle emozioni del popolo ucraino. Vi si possono incontrare i quadri paesaggistici, gli appelli oratori, la pubblicistica in versi, la satira sferzante. Tra i temi della sua lirica spiccano l’amore, la natura, la solitudine, la malattia. Una ricca gamma di emozioni, rese in maniera fluida e dinamica, che testimoniano di un animo nobile e inquieto. La bellezza della natura è percepita con gioia. I cicli paesaggistici Sim strun (Sette corde), Kryms’ky spohady (Ricordi di Crimea), e Zorjane nebo (Il cielo stellato) offrono un quadro poliedrico della natura, ammirata nello splendore primaverile.
Numerosi suoi testi sono pervasi da una quieta malinconia. La malattia, che costringe la poetessa a spostarsi continuamente alla vana ricerca di una guarigione, segna tutta la sua vita e l’opera poetica. Nel 1894 così invoca la musa: “Vola a me, cara affascinante, e avvampa sopra di me come una stella, Possa il tuo raggio cadere su di me, perché una forza avversa mi ha sconfitta ancora, Ancora sopraffatta, non ho più forza per lottare. Non mi rattristo, sapevo che ciò sarebbe giunto. Sono serena, non voglio più combattere. Nell’anima ho altri desideri: Vivrò nel mondo soltanto col pensiero, Voglio ascoltare la tua parola affascinante, desidero percepire almeno per un attimo il tuo bagliore sulla mia fronte”.
In molte liriche della poetessa ucraina s’incontra la parola kryla (ali): il desiderio di spezzare le catene del corpo debole si manifesta nella fantasia di spiccare il volo. Nel 1905 così implora il sogno, “luce degli occhi insonni”:
“Sogno, volavi come un’aquila sopra di me- Dammi le tue ali, voglio volare anche io, /Voglio sprigionare fuoco, vivere della tua primavera…..” Rivolgendosi al suo mondo interiore, Lesja acquisisce un’inconsueta purezza e trasparenza. La profonda stanchezza per la lotta con la vita è rappresentata in un originale stile impressionistico: “Era una silenziosa notte affascinante, Come un velo sereno e ampio si adagiò sopra il villaggio, Un lampo si lanciò oltre il cielo, Quasi che sopra un lago quieto e fondo sciabordasse un cigno con l’ala bianca. E dopo ogni sciabordio luminoso Il cuore si agitava, pulsava disperato, era paralizzato in una lotta gravosa”.
Spiccano qui gli effetti cangianti di luce, che richiamano il movimento luce- ombra: l’eterna lotta tra la paura e la speranza, tra l’impeto e la quiete. Il lettore partecipa così alla tragedia di una poetessa, che a causa della salute malferma non può partecipare alla vita sociale in prima persona come vorrebbe, e che definisce se stessa un “triste cimelio del destino”, che non può far altro che “arrendersi alla tempesta”. Nell’autunno del 1912 la poetessa annota: “la mia vita è proprio una prigione…Comunque scrivo, e ‘scrivo quindi esisto’. Ma se smetterò del tutto di scrivere, allora certo sarà un guaio”.
In Lesja Ukrainka la percezione della fragilità si alterna alla vigorosa lirica civile, permeata da un grande coraggio e dalla fiducia nel futuro. La forza spirituale, racchiusa nel corpo fisicamente debole della poetessa, caratterizza tutta la sua opera. Da qui scaturisce l’importante missione del poeta, la concezione della poesia come forza attiva, viva, impetuosa, e della parola come una vera e propria arma:
“Parole non vi ho nascosto/ E non vi ho abbeverato col mio sangue Perché voi fluiste come scialbo veleno. /E v’impadroniste degli animi come ruggine. Mi piacerebbe istruirvi, parole, A essere chiaro bagliore, onde impetuose, /Scintille veloci, stelle volanti, /Saette infuocate, spade! Perché destiate l’eco montano, non il gemito…”
“Contra spem spero!” è il titolo di una celebre lirica giovanile di Lesja, che si può considerare programmatica poiché contiene l’embrione dello spirito battagliero che pervaderà tutta la sua opera. Si tratta certamente di uno slogan, dell’urlo di una persona decisa ad andare avanti nonostante le difficoltà di una lotta disperata. L’obiettivo, per la poetessa, è riuscire a imboccare valorosamente la sua strada a dispetto delle sventure riservatele dalla sorte.
Lesja Ukrainka è un’epigona della migliore tradizione democratica della letteratura ucraina e nel contempo una grande innovatrice. Ha creato chiare immagini realistiche e ha introdotto il romanticismo rivoluzionario del prometeismo. Le sue concezioni estetiche traggono ispirazione dalle opere di Puskin, di Lermontov, degli autori democratici rivoluzionari russi e ucraini (come Nekrasov, Shevchenko, etc.).
Lesja Ukrainka è divenuta il simbolo del coraggio e della saldezza di carattere. La dimostrazione che l’animo umano è indistruttibile, nonostante tutto.
Il suo esordio letterario risale al 1884: Larysa pubblica alcuni versi sulla rivista “Zorja” (Stella) di Leopoli, firmandosi con lo pseudonimo “Lesja Ukrainka” (letteralmente “Lesja l’ucraina). A causa della cagionevole salute, la giovane poetessa non può compiere studi regolari, e ha una formazione da autodidatta. Impara le lingue classiche (latino e greco) e le principali lingue europee.
Nel 1889 viene fondato a Kyiv il circolo “Pleiade dei giovani letterati ucraini”, che si occupa di lettura, dibattito e traduzione delle letterature europee. E’ una delle prime manifestazioni della nascente coscienza letteraria ucraina. Lesja vi partecipa attivamente. Nel 1893 a Leopoli esce la sua prima raccolta poetica: Na krylach pisen’ (Sulle ali delle canzoni). Seguono Dumy i Mrii (Pensieri e sogni) (1889) e Vidhudky (Risuoni) (1902). Tutti e tre i volumi sono pubblicati al di fuori della Russia zarista. Nel XIX secolo, infatti, l’Ucraina occidentale (Galizia e Bucovina) fa parte dell’impero austro-ungarico. Il 26 novembre 1898 a Kyiv si festeggia un suntuoso giubileo: viene ricordata la pubblicazione, avvenuta cent’anni prima, del poema Eneide di Ivan Kotljarevs’kyj (1769-1838), il corifeo della letteratura ucraina moderna. In questa occasione Lesja legge alcuni versi davanti ad un pubblico entusiasta: è il riconoscimento delle sue doti di poetessa.
Agli inizi del 1899 Lesja si reca a Berlino per sottoporsi a un’operazione a una gamba, ma la convalescenza nella capitale tedesca non le impedisce di leggere e studiare. Pochi mesi dopo, alla fine dell’anno, interviene a una serata in onore di Taras Shevchenko presso l’Università di Tartu (Estonia), dove viene calorosamente acclamata da docenti e studenti.
Tra il 1902 e il 1903 la poetessa si reca a San Remo per sottoporsi a nuove cure. In seguito si trasferisce in Svizzera, dove entra in contatto con i circoli socialdemocratici russi dell’emigrazione.
Nei due anni successivi Lesja soggiorna nel Caucaso con Klyment Kvitka, suo amico di gioventù, che lavora a Tiflis (oggi Tbilisi). I due sono testimoni dei moti rivoluzionari scoppiati nelle strade della capitale georgiana. In questo periodo la Ukrainka si dedica alla drammaturgia: compone i drammi Na ruinach (Sui ruderi) e U katakombach (Nelle catacombe).
Nel 1905 Lesja partecipa alle manifestazioni operaie sulla Prospettiva Nevskij a San Pietroburgo. Nei due anni seguenti svolge un’intensa attività sociale a Kyiv: allestisce alcune biblioteche, fonda una casa editrice e il circolo “Prosvita” (Istruzione). Nel gennaio 1907 i gendarmi irrompono nel suo appartamento: la poetessa trascorre una notte in carcere.
Negli ultimi anni di vita Lesja si sposta dal Caucaso al Mediterraneo e si dedica al teatro. Nel 1911, di ritorno dall’Egitto, si ferma a Kutaisi (Georgia), dove scrive la féerie Lisova pisnja (il canto dei boschi). Nel 1912, sempre in Georgia, scrive il dramma Kaminnyj hospodar (Il padrone di pietra): la prima versione ucraina del Don Giovanni. Tra l’autunno del 1912 e l’inverno del 1913 si reca nuovamente in Egitto. E’ testimone delle vicende delle guerre balcaniche del Mediterraneo.
Nell’aprile del 1913 torna a Kyiv, e da lì ancora in Georgia, dove scrive Orhija (Orgia), il suo ultimo dramma. Tra i mesi di maggio e giugno il suo stato di salute si aggrava. Si spegne il 1° agosto a Surami, località montana della Georgia, poco più che quarantenne. Lesja Ukrainka è un esempio assolutamente paradossale: è di origini nobili, ma l’impegno sociale l’avvicina al mondo rivoluzionario; non frequenta scuole regolari, ma è una delle persone più colte del suo tempo; è colpita dalla malattia, ma si dedica instancabilmente al lavoro e alla lotta intransigente.
Dopo l’esordio poetico risalente all’infanzia, Lesja si occuperà indefessamente di letteratura per 33 anni. Autrice complessa e originale, la sua opera copre un ampio ventaglio di generi e temi. Spazia dalla poesia (liriche, poemi, favole, satire) alla prosa (schizzi, racconti, novelle) dal teatro alla pubblicistica. Si dedica inoltre alla traduzione (Omero, Dante, Shakespeare, Byron, Goethe, Heine, Schiller, Hugo). E’ inoltre una raffinata critica letteraria: risale al 1899 il suo saggio “Due tendenze della nuova letteratura italiana” quale mette a confronto Ada Negri e Gabriele d’Annunzio.
La lirica di Lesja Ukrainka è l’espressione delle profonde e potenti emozioni di una persona sensibile e appassionata. Ricca nel contenuto e nella forma, la sua opera testimonia come la forza della parola ispirata possa essere un potente mezzo di educazione per i lettori. La poesia di Lesja è ricca tanto di emozioni intime, personali, quanto delle emozioni del popolo ucraino. Vi si possono incontrare i quadri paesaggistici, gli appelli oratori, la pubblicistica in versi, la satira sferzante. Tra i temi della sua lirica spiccano l’amore, la natura, la solitudine, la malattia. Una ricca gamma di emozioni, rese in maniera fluida e dinamica, che testimoniano di un animo nobile e inquieto. La bellezza della natura è percepita con gioia. I cicli paesaggistici Sim strun (Sette corde), Kryms’ky spohady (Ricordi di Crimea), e Zorjane nebo (Il cielo stellato) offrono un quadro poliedrico della natura, ammirata nello splendore primaverile.
Numerosi suoi testi sono pervasi da una quieta malinconia. La malattia, che costringe la poetessa a spostarsi continuamente alla vana ricerca di una guarigione, segna tutta la sua vita e l’opera poetica. Nel 1894 così invoca la musa: “Vola a me, cara affascinante, e avvampa sopra di me come una stella, Possa il tuo raggio cadere su di me, perché una forza avversa mi ha sconfitta ancora, Ancora sopraffatta, non ho più forza per lottare. Non mi rattristo, sapevo che ciò sarebbe giunto. Sono serena, non voglio più combattere. Nell’anima ho altri desideri: Vivrò nel mondo soltanto col pensiero, Voglio ascoltare la tua parola affascinante, desidero percepire almeno per un attimo il tuo bagliore sulla mia fronte”.
In molte liriche della poetessa ucraina s’incontra la parola kryla (ali): il desiderio di spezzare le catene del corpo debole si manifesta nella fantasia di spiccare il volo. Nel 1905 così implora il sogno, “luce degli occhi insonni”:
“Sogno, volavi come un’aquila sopra di me- Dammi le tue ali, voglio volare anche io, /Voglio sprigionare fuoco, vivere della tua primavera…..” Rivolgendosi al suo mondo interiore, Lesja acquisisce un’inconsueta purezza e trasparenza. La profonda stanchezza per la lotta con la vita è rappresentata in un originale stile impressionistico: “Era una silenziosa notte affascinante, Come un velo sereno e ampio si adagiò sopra il villaggio, Un lampo si lanciò oltre il cielo, Quasi che sopra un lago quieto e fondo sciabordasse un cigno con l’ala bianca. E dopo ogni sciabordio luminoso Il cuore si agitava, pulsava disperato, era paralizzato in una lotta gravosa”.
Spiccano qui gli effetti cangianti di luce, che richiamano il movimento luce- ombra: l’eterna lotta tra la paura e la speranza, tra l’impeto e la quiete. Il lettore partecipa così alla tragedia di una poetessa, che a causa della salute malferma non può partecipare alla vita sociale in prima persona come vorrebbe, e che definisce se stessa un “triste cimelio del destino”, che non può far altro che “arrendersi alla tempesta”. Nell’autunno del 1912 la poetessa annota: “la mia vita è proprio una prigione…Comunque scrivo, e ‘scrivo quindi esisto’. Ma se smetterò del tutto di scrivere, allora certo sarà un guaio”.
In Lesja Ukrainka la percezione della fragilità si alterna alla vigorosa lirica civile, permeata da un grande coraggio e dalla fiducia nel futuro. La forza spirituale, racchiusa nel corpo fisicamente debole della poetessa, caratterizza tutta la sua opera. Da qui scaturisce l’importante missione del poeta, la concezione della poesia come forza attiva, viva, impetuosa, e della parola come una vera e propria arma:
“Parole non vi ho nascosto/ E non vi ho abbeverato col mio sangue Perché voi fluiste come scialbo veleno. /E v’impadroniste degli animi come ruggine. Mi piacerebbe istruirvi, parole, A essere chiaro bagliore, onde impetuose, /Scintille veloci, stelle volanti, /Saette infuocate, spade! Perché destiate l’eco montano, non il gemito…”
“Contra spem spero!” è il titolo di una celebre lirica giovanile di Lesja, che si può considerare programmatica poiché contiene l’embrione dello spirito battagliero che pervaderà tutta la sua opera. Si tratta certamente di uno slogan, dell’urlo di una persona decisa ad andare avanti nonostante le difficoltà di una lotta disperata. L’obiettivo, per la poetessa, è riuscire a imboccare valorosamente la sua strada a dispetto delle sventure riservatele dalla sorte.
Lesja Ukrainka è un’epigona della migliore tradizione democratica della letteratura ucraina e nel contempo una grande innovatrice. Ha creato chiare immagini realistiche e ha introdotto il romanticismo rivoluzionario del prometeismo. Le sue concezioni estetiche traggono ispirazione dalle opere di Puskin, di Lermontov, degli autori democratici rivoluzionari russi e ucraini (come Nekrasov, Shevchenko, etc.).
Lesja Ukrainka è divenuta il simbolo del coraggio e della saldezza di carattere. La dimostrazione che l’animo umano è indistruttibile, nonostante tutto.


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