+38044.3538673 [email protected] skype: ukrainaviaggi.kiev Viber/Whatsapp: +380936233181

Proforma memoria in Ucraina

ProFroma Memoria

Ukraina Viaggi è lieta di annoverare tra i suoi Partner la Pro Forma memoria, associazione con la quale abbiamo collaborato e continuaimo in un percorso di Turismo Riflessivo e culturale. Vi invitiamo pertanto a prendere visione delle loro iniziative che potrete trovare sul loro sito http://www.proformamemoria.it/

Da oltre 10 anni, lo studio professionale PRO FORMA MEMORIA promuove una serie di viaggi-studio, cercando di unire un’intelligente modalità di fare turismo alla riflessione etica e civile. Le prime mete individuate hanno riguardato la memoria della Shoah (Auschwitz – Terezin – Mauthausen – Treblinka e altri luoghi legati alla distruzione degli ebrei d’Europa). Da alcuni anni, il ventaglio delle proposte si è allargato, dalle Repubbliche Baltiche a Israele, in modo da offrire la possibilità di approfondire, nei luoghi stessi, le problematiche legate agli eventi cruciali del Novecento.
STUDIARE PER RICORDARE: adottata inizialmente per i viaggi di studio ad Auschwitz, questa formula condensa ancor oggi lo spirito delle iniziative di PRO FORMA MEMORIA.
Nel mese di Agosto 2011 abbiamo organizzato con la loro collaborazione un viaggio studio guidato dal professore Francesco Maria Feltri. Riportiamo di seguito il testo redatto dallo stesso professore. Vi invitiamo inoltre a visitare il sito web di Proforma Memoria dove troverete anche una galleria fotografica del viaggio ed ulteriori materiali di approfondimento.

Il percorso del viaggio-studio e i temi approfonditi nelle impressioni di Francesco Maria Feltri.

Vastità, prima di tutto. Nel nostro viaggio, non abbiamo visitato neppure la metà dellʼUcraina: tutto il Sud (Odessa e la Crimea, ad esempio) e tutto lʼEst (Kharkov, ad esempio) sono rimasti fuori dal nostro itinerario. Ma già il semplice il tragitto Kiev-Leopoli (Lʼviv, in ucraino; Lwów, in polacco; Lemberg, in tedesco, Lemberik, in yiddish) permette di capire uno dei principali problemi economici di questo Paese: quello della grave carenza di infrastrutture di base. Le strade, in particolare, sono poche e di pessima qualità; gli spostamenti sono scomodi, problematici e lunghissimi anche su tragitti brevi o relativamente brevi. Ciò, ovviamente, non rende competitive le merci che unʼazienda occidentale decidesse di produrre in questa regione, pensando di approfittare di salari minori, rispetto a quelli italiani o tedeschi.

Kyiv e Leopoli

Ma quello che impressiona davvero è la radicale differenza tra questi due centri. E non mi interessa tanto sottolineare il fatto evidente che Kiev ha risentito notevolmente del secolare dominio russo, mentre Leopoli è stata due secoli circa sotto lʼimpero austroungarico (come tutta la Galizia, la regione di cui Lʼviv è capoluogo, e gran parte della Polonia meridionale attuale, Cracovia compresa). Mi riferisco allʼatmosfera complessiva e, ancor più, alle memorie che vengono gelosamente conservate e trasmesse. A Leopoli, lʼaccento cade sulla nazione Ucraina in modo assai più accentuato e marcato: i veri eroi nazionali sono i partigiani nazionalisti, antisemiti e anticomunisti, che dapprima hanno accolto i tedeschi come veri liberatori, poi hanno assunto posizioni diverse a seconda dellʼevoluzione della guerra. Talvolta hanno combattuto sia contro i nazisti, sia contro lʼArmata Rossa; altre hanno aderito alle SS o sono stati inquadrati in altre milizie tedesche; altre ancora hanno partecipato allʼuccisione degli ebrei, sempre e comunque hanno lottato contro i sovietici, perfino dopo il 1945.

Holodomor

Questa identificazione del Male assoluto nel regime comunista di Mosca trova la sua spiegazione soprattutto nei tragici eventi degli anni 1930-1933, che videro il drammatico succedersi della deportazione dei contadini più agiati e intraprendenti (sprezzantemente denominati kulaki, cioè sfruttatori), della collettivizzazione delle campagne e del cosiddetto holodomor, una terribile carestia che, negli anni 1932-1933, provocò la morte di almeno 6-7 milioni di persone. Holodomor è un neologismo che significa morte per fame artificiale. Infatti, non si trattò assolutamente di una catastrofe naturale: il regime esportò grano per milioni di tonnellate, mentre la gente moriva in numero elevatissimo e incalcolabile. Fu una precisa strategia adottata da Stalin, che voleva dimostrare a chiunque volesse opporsi alla sua linea politica il suo immenso potere, quanto potesse risultare assurdo e suicida contrastare lʼobiettivo della collettivizzazione delle campagne e della industrializzazione a tappe forzate.
Siamo di fronte ad una situazione molto simile a quella che il visitatore attento coglie in Lituania e in Lettonia. Tuttavia, mentre nel caso dei Paesi Baltici il sentimento anti-russo e anti-sovietico è praticamente universale, a causa del basso numero di abitanti, della loro relativa omogeneità (in Lettonia, in vero, la presenza di una cospicua minoranza russofona è un importante elemento di disturbo) e della scarsa estensione dei territori, in Ucraina il quadro che si incontra in Galizia non è affatto generalizzabile allʼintero (enorme) paese, a cominciare dalla capitale.

La madre della Patria

A Kiev vi sono oggi due monumenti che ricordano lo holodomor. Uno, abbastanza piccolo, ma toccante, è stato eretto in pieno centro, a due passi dal complesso di San Michele (ricostruito nel 1998) e vicino alla cattedrale di Santa Sofia, mentre lʼaltro si trova sulla riva del fiume Dnepr. Lʼenorme corso dʼacqua che nel X secolo ha provocato la genesi stessa di Kiev, tuttavia, è dominato in realtà da una gigantesca statua di donna,armata di spada e dotata di uno scudo. È la Madre Patria, che oggi si chiama Ucraina, ma che un tempo in realtà era lʼURSS (o la Russia), dato che sullo scudo ci sono ancora la falce e il martello. Del resto, quella prima imponente statua è inserita in un contesto monumentale grandioso, formato da decine di colossali soldati sovietici che respingono con furia lʼaggressore fascista, e nel medesimo tempo sono assistiti da una folla di civili che danno a loro modo, tutti, il proprio contributo alla lotta: chi producendo armi e munizioni nelle fabbriche, chi lottando come partigiano, chi semplicemente sopportando stoicamente il dolore per i lutti o le miserie che deve sopportare, in qualità di madre, fidanzata o moglie di un caduto.
Tutto ciò è lo scenario in cui è situato lʼingresso del museo dedicato alla Grande Guerra Patriottica. Comʼè noto, è questo il nome che ha ricevuto in URSS la seconda guerra mondiale, o meglio la fase centrale e conclusiva del conflitto. Infatti, sui primi due anni si tende a sorvolare, visto che il periodo 1939-1941 è a dir poco imbarazzante; sono gli anni della non aggressione, o peggio della collaborazione politica ed economica tra lʼURSS e il Terzo Reich, a spese della Polonia (spartita tra tedeschi e sovietici) e dei Paesi Baltici (annessi allʼURSS).

Il patto Molotov – Ribbentrop

Nella misura in cui se ne parlava (molte epigrafi, infatti, tuttora fanno semplicemente iniziare la guerra il 22 giugno 1941), il patto Molotov-Ribbentrop era presentato come unʼabile mossa difensiva, finalizzata a porre più terreno possibile tra le armate tedesche e il territorio sovietico vero e proprio. Oggi, al contrario, la grande maggioranza degli storici è del parere che lʼaccordo del 23 agosto 1939 sia stato un gesto cinico, compiuto da Stalin perché gli permetteva di recuperare gran parte dei territori dellʼimpero russo persi dopo la disfatta del 1918 (i Paesi Baltici) e la fascia profonda circa 200 chilometri (in direzione estovest) compresa tra Vilnius e Leopoli (in direzione nord-sud). È quasi certo, inoltre, che Stalin si sia fidato ciecamente di Hitler, cioè abbia pensato che il dittatore tedesco non aveva alcun interesse ad aprire un secondo fronte a est (rompendo gli accordi), mentre era ancora in guerra con lʼInghilterra.

1941

Nel giugno 1941, lʼUrss fu colta alla sprovvista. Se poi si tiene conto del fatto che i generali migliori dellʼArmata Rossa erano stati eliminati da Stalin nel 1938, e dellʼottusa determinazione di Stalin a tenere posizioni indifendibili, ben si capisce la drammaticità dei primi mesi di guerra, che videro nella caduta di Kiev (e nella cattura di almeno 500 000 soldati sovietici) il loro momento più critico. Comʼè noto, solo nel 1943, dopo la grande vittoria di Stalingrado, la situazione si capovolse.
Ma (come in Polonia, in Ungheria o in Estonia) solo una parte dei cittadini ucraini odierni accetterebbe di usare ancora il termine liberazione, per indicare lʼavanzata vittoriosa dellʼArmata Rossa. Come la maggior parte degli ungheresi, dei polacchi, dei lituani o dei lettoni, lʼarrivo dei russi è vissuto da un numero elevatissimo di ucraini come una vera occupazione, mentre la vera liberazione – lʼaccento cade spesso su questo punto, a Leopoli – è avvenuta solo nel 1991, con il collasso dellʼURSS.
Siamo dunque di fronte al più classico esempio di memoria divisa, che noi italiani conosciamo bene perché tale è anche la nostra memoria nazionale degli anni 1943-1945.
Certamente, lʼidentità nazionale italiana non gode di buona salute e la commemorazione della nascita dello Stato unitario ha permesso (e obbligato) a riflettere sulle modalità di svolgimento del processo risorgimentale. Eppure, è indiscutibile lʼesistenza di una serie di collanti fondamentali, che storicamente hanno cementato unʼidentità comune; si pensi, a livello culturale, alla figura di Dante, mentre a livello religioso è innegabile il ruolo della Chiesa cattolica. Si può discutere e riflettere su quanto tale istituzione religiosa sia stata oppressiva e ingombrante, ma il dato inequivocabile non cambia: storicamente, lʼItalia è caratterizzata dalla presenza di unʼunica confessione religiosa, ampiamente prevalente. Nonostante la presenza di importanti minoranze, religiosamente parlando, lʼItalia è stata una da Torino a Palermo.

Omogeinità religiosa

Proprio unʼomogeneità religiosa di questo genere è del tutto assente in Ucraina, e di nuovo la divisione corre, in primo luogo, sullʼasse Kiev-Leopoli. La capitale infatti è la culla dellʼortodossia russa: e questo, semmai, genera ulteriori problemi, perché la Chiesa ortodossa stessa è divisa, tra una comunità che accetta il legame con il Patriarcato di Mosca ed unʼaltra che, invece, vorrebbe troncare ogni legame con il pericoloso vicino russo, temendo che la dipendenza religiosa possa trasformarsi in politica e riportare il Paese sotto controllo del Cremlino.
Questa però è una disputa interna alla Chiesa ortodossa; molto più seria è la spaccatura con la Chiesa greco-cattolica, o uniate, che pratica riti e liturgie di evidente matrice ortodossa, ma nel contempo riconosce lʼautorità del papa. E, a Leopoli, naturalmente, non si stancano di dichiarare che la vera Chiesa nazionale, quella più autenticamente e propriamente ucraina è questa, che simultaneamente guarda a oriente e ad occidente, e per certi versi è un ponte tra i due, proprio come il Paese stesso.
La terza presenza religiosa fondamentale era ovviamente quella ebraica, completamente spazzata via dai nazisti. In Ucraina non cʼerano grandi campi di concentramento o centri di sterminio. Le esecuzioni ebbero luogo tramite fucilazioni di massa, perpetrate in prevalenza dallʼEinsatzgruppe C, in stretta collaborazione con lʼesercito, che in Ucraina è stato a pieno titolo uno degli artefici del genocidio. A livello visivo, colpiscono il visitatore alcuni elementi importanti.

Berdichev

A Berdichev, si entra in un cimitero ebraico di cui non si può capire la vastità, per il semplice fatto che moltissime tombe (centinaia, verrebbe da pensare) sono nascoste da un vero bosco, che si stende a perdita dʼocchio nascondendo le lapidi. Un gruppo di donne sta ripulendo pazientemente il sito, ma si ha lʼimpressione che sia un lavoro immane ed infinito. Se la vastità del cimitero dà unʼimpressionante idea di quanto numerosi dovevano essere gli ebrei presenti in quel piccolo centro, il suo completo abbandono denota la loro assenza pressoché totale (o al massimo, una presenza residuale e scarsamente vitale).
A Berdichev venne uccisa, insieme agli altri ebrei della cittadina, la madre di Vassilij Grossman, il grande scrittore autore di Vita e destino, che simultaneamente celebra la tenace difesa di Stalingrado, ma anche denuncia gli orrori del GULag e della violenza staliniana, nonché lʼantisemitismo ancora molto diffuso in tutti i territori dellʼURSS e lo sterminio perpetrato dai nazisti. Vassilij Grossman e sua madre erano ebrei totalmente assimilati. Fu lʼatteggiamento dei nazisti (e lʼassassinio della madre proprio in quanto ebrea) che spinse lo scrittore a recuperare almeno in parte la propria identità, a renderlo più sensibile nei confronti dellʼantisemitismo e, infine, perfino a denunciare le violenze del regime comunista.
Solo una piccola lapide recente ricorda che le persone uccise a migliaia a Berdichev furono assassinate perché ebrei. La politica ufficiale sovietica, infatti, tendeva regolarmente ad omettere questo punto, per cui le lapidi, di solito, parlavano di pacifici cittadini sovietici. Questa strategia di occultamento dellʼidentità delle vittime venne a lungo seguita anche a Babij Yar, il grande vallone alla periferia di Kiev nel quale furono uccise circa 100 000 persone.

Babij Yar

Lʼepisodio più drammatico, però, è quello verificatosi nei giorni 29-30 settembre 1941, durante i quali furono assassinati 33 771 ebrei. Per molto tempo, nel dopoguerra, il governo sovietico si rifiutò di ammettere che quelle migliaia di persone erano state uccise dai nazisti per il solo fatto di essere ebrei. Il tabù del silenzio fu rotto solo il 16 settembre 1961,quando il ventottenne poeta russo Evgenij A. Evtushenko lesse una lunga poesia dedicata alle vittime di Babij Yar, mettendo in chiaro innanzi tutto che erano israeliti e dichiarando provocatoriamente nel verso iniziale: “Non cʼè nessun monumento a Babij Jar”.
Condotta in fretta e con estrema brutalità, la Shoah verificatasi in Ucraina è molto difficile da ricostruire nei suoi numeri e nella sua dinamica. Moltissimi elementi nuovi sono emersi recentemente dalla singolare esperienza vissuta da Patrick Desbois, un sacerdote cattolico che, inizialmente interessato a conoscere la vicenda di suo nonno, deportato nel lager di Rava Ruska in qualità di politico (era un membro, non ebreo, della Resistenza francese), allargò il proprio lavoro di ricerca fino a coinvolgere centinaia di anziani testimoni che avevano assistito allʼuccisione degli ebrei del proprio villaggio.

Fosse comuni

Desbois ha ritrovato almeno 500 fosse comuni di cui si ignorava lʼesistenza e contribuito in modo fondamentale alla ricostruzione di numerose micro-storie, capaci di illuminare il quadro complessivo di nuova luce, ancora più forte. In particolare, dalle testimonianze raccolte emerse che i nazisti obbligavano molto spesso i contadini del luogo ad effettuare diversi lavori manuali connessi alla strage: trasporto di cadaveri con i carri, riempimento di fosse, preparazione di cibo per i reparti di assassini, ecc.
Nella loro totale desolazione e nel loro abbandono, il cimitero e la poverissima sinagoga di Berdichev sono il segno della violenza che si è abbattuta sugli ebrei dellʼUcraina (le persone uccise furono almeno 1 milione). Una presenza secolare, che diede vita a movimenti religiosi intensi e affascinanti (primo fra tutti il hassidismo), è stata completamente cancellata, insieme alla lingua (lo yiddish) in cui quelle persone si esprimevano. Tuttavia, alcune sinagoghe (a Leopoli come a Kiev) sono attive, ben tenute e funzionanti: segno del fatto che cʼè una voglia tenace di risorgere, nel nuovo clima di libertà religiosa che lʼUcraina vive dopo la propria indipendenza.
Se, dal punto di vista politico, la pienezza della democrazia e la completa sovranità (libertà dalle interferenze del potente vicino russo) forse sono ancora lontane, come per altro lo sviluppo economico generalizzato è ancora tutto da costruire, è indubbio che il Paese vive una notevole fioritura in campo culturale e religioso, che potrebbe infondere grande vitalità ad un paese tutto sommato giovane (di 20 anni), malgrado la sua storia millenaria, e tutto sommato unito nel desiderio di restare indipendente, malgrado i diversissimi orientamenti politici.
Francesco Maria Feltri

Leave a Reply

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: